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Uno degli ultimi esempi di cattedrale nel deserto.
C’è preoccupazione e nervosismo,
ma occorre calma per riflettere.
Del caso Miroglio parla al
“Corriere” un sindacalista,
Giuseppe Maffucci, segretario
generale territoriale Femca
(Cisl), 60 anni, di cui 40 in
fabbrica, quindi uno che conosce
dal di dentro i problemi
del lavoro, quelli esistenziali e
quelli della fatica quotidiana.
Dice di sé: ho lavorato per l’Iri e
per l’Eni, quindi non ho mai
conosciuto le preoccupazioni
della crisi aziendale, ma il senso
di responsabilità sul proprio
posto di lavoro, quello sì.
La Miroglio, prosegue, quasi
un’introduzione all’intervista, è
uno degli ultimi esempi di cattedrale
nel deserto. Protagonisti
e cifre descrivono la situazione
meglio di ogni discorso.
Per venire al Sud la Miroglio,
anche con una qual aria da
colonizzazione, investì 40 miliardi
di lire, dei suoi, ma ne
ebbe 180 dallo Stato, cioè da
noi, attraverso le leggi 488 e
181. I protagonisti erano: due
sindaci di sinistra, Rocco Loreto
a Castellaneta e Paolo Costantino
a Ginosa e gli assessori
regionale e provinciale alle
Attività produttive Pietro Lospinuso
e Augusto Pardo, entrambi
ginosini. Per l’avvento
di questa azienda in due paesi,
per circa 500 operai fu varata
una apposita legge, soprannominata
appunto Miroglio. Il capannone
di Castellaneta nacque
quasi sul ciglio della gravina,
quello di Ginosa in una
fertilissima zona agricola, ma
con un grave deficit viario, o
infrastr utturale.
Allora, segretario, da dove
nasce questa crisi?
Da quando nacque l’azienda,
nel ’96. Eravamo negli anni
seguenti alla caduta del Muro
di Berlino, 1989, con l’arrivo
sul mercato della manodopera
a bassissimo costo e con la fine
del protezionismo nel tessile,
seguente alla caduta dell’Accordo
multifibre (2003), che
comportò un crollo dei prezzi...
L’azienda nacque di salute cagionevole ...
In più la nuova generazione dei
Miroglio non crede più alla
produzione, preferisce il commercio.
Hanno molti negozi di
tre marchi in Italia, tre dei quali
a Taranto, nei quali vendono
confezioni prodotte in Cina...
Ma a prezzi italiani...
In più, dopo la crisi tunisina,
ora sono in crisi anche in Bulgaria.
In compenso, però, in
Bulgaria hanno comprato
aziende enotecniche, cioè vino...
Una diversificazione eccentrica.
Però, segretario, ora bisogna
fare qualcosa. Ma, secondo lei, che cosa?
Innanzi tutto l’azienda deve
credere in ciò che fa, altrimenti
cambi mestiere...
Se crede in ciò che fa, cioè nel
tessile, che cosa deve fare?
Per essere competitivi sul mercato
bisogna agire su due fronti:
quello della qualità, che deriva
dall’innovazione tecnologica
e quello del costo del lavoro,
che deriva dalla flessibilità...
Ma a Ginosa, al loro stesso
dire, la produttività era altissima,
forse non era altissima
la qualità?
In effetti i tessuti ginosini sono
nati di qualità medio-bassa, poi
avevano il problema di essere
completati per stamperia e coloritura
in altri stabilimenti del
Nord. I telai, per dire, erano già
obsoleti. Infine raggiungere
Ginosa ed anche Castellaneta
non è che sia granché facile, al
punto che le confezioni di Martina
Franca acquistano dal
Nord invece che da Ginosa.
Segretario lei stava elencando
le soluzioni aziendali della
crisi, qualità, produttività, c’è altro?
Sì, l’avere in loco la filiera
completa, cioè filatura, tessitura,
torcitura, coloritura,
stamperia e confezione.
Ma essi non credono in questa soluzione..
E noi non possiamo credere in
essi, nella nuova dirigenza di
Alba, per fare un altro esempio
della loro...
Eccentricità...
Mentre chiudevano Castellaneta,
nel 2002, dopo sette anni
di lavoro, investivano 50 milioni di euro in Francia.
Segretario, lei dice che il tessile
è nato rachitico, ma i
governi hanno fatto qualcosa e che cosa?
I Governi sapevano che il tessile
era in difficoltà. Sapevano
anche che occupa più di un
milione di persone, il 70% delle
quali è donna. Il governo di
Berlusconi, prima di Prodi, nominò una commissione per trovare
una soluzione alla crisi.
Ma invece di chiamare le
aziende che lavoravano in Italia,
chiamò quelle che avevano
aperto i loro stabilimenti in Cina...
Nella Ginosa agricola si direbbe
che quel governo mise
la vacca a guardia del prato,
o affidò le pecore al lupo...Esatto, infatti,
non successe nulla...
E il sindacato ha avuto o ha
una sua politica al riguardo?
Noi abbiamo chiesto il made in
Italy anche per il tessile...
Cioè?
Produrre in Italia, e dichiararlo,
dal filo all’abito, l’intera
filiera. Invano, però. Abbiamo anche chiesto una scuola tessile...
Invano, anche questa. Segretario
in questa storia c’è
qualcosa che non quadra al
buon senso. Lei ha detto che
per scendere al Sud hanno
messo 40 miliardi e ne hanno
ottenuto 180'' Ora però se ne
vanno senza nemmeno salutare''
La legge dice che per i primi 5
anni non dovevano fare Cassa
integrazione e che dopo dieci
anni di produzione diventavano
padroni di tutto...
Invece?
Invece bisogna cambiare le due
leggi, lo Stato deve riservarsi
l’opzione finale, deve esso diventare
proprietario delle aziende...
Se la dirigenza non le sa o non
le vuole più tenere. E dei dieci
milioni che, al dire degli operai
la Regione offrì per mantenere
la produzione per altri 5 anni, e che l’azienda
rifiutò che ne è?
La proposta era di Lospinuso,
s’è perduta. Eppure...
Eppure?
La Puglia in Italia è una regione
d’avanguardia nella Tac,
cioè tessile a Barletta, abbigliamento
a Martina e calzaturiero
nel Leccese, circa 7 mila addetti, la seconda industria
dopo quella metalmeccanica,
concentrata quasi tutta
a Taranto. Deve darsi una politica,
anzi deve ricostruire la sua politica.
Segretario, in tema di ricostruzione,
anche il sindacato
ha da ricostruire il suo rapporto
con gli operai ginosini...
Ho letto nell’intervista che hanno
accusato le Rsu di non consultarli,
e che qualcuno ha detto
che sono “il male minore”.
Ho verificato: la frase è stata
detta, ma era ironica. Però è la
situazione nel suo insieme cha
merita un chiarimento.
Dica segretario.
E’ vero che le Rsu non vengono
rinnovate dal 2003. Però il rinnovo
avviene secondo queste
modalità: le stesse Rsu indicono
le elezioni di rinnovo tre
mesi prima. Se non lo fanno, un
mese prima della scadenza lo
facciamo noi. Ma dobbiamo
avere i candidati per fare le
elezioni dopo aver nominato le
apposite commissioni. Alla
scadenza, nel 2003, piena crisi
castellanetana, non avemmo
candidati. E delegammo gli
uscenti, che sono anche memoria
storica dei rapporti fra
l’azienda e il sindacato, ad essere
rappresentanza sindacale
aziendale, Rsa, non più Rsu,
cioè nostri delegati. Però, devo
aggiungere che noi abbiamo
tenuto un’assemblea al mese,
durante tutta la crisi...
Quindi, come giudicare quelle
aspre accuse mossevi?
Innanzi tutto libertà di critica.
Poi dobbiamo compenetrarci
in loro, vedere svanire il proprio lavoro...
Dove non c’è un altro...
Il nervosismo è più che spiegabile.
E invece bisogna tenere
la calma, bisogna riflettere sul
da farsi.
L’intervista è stata fatta in una
sciroccosa stanzetta attigua alla
redazione, Maffucci stupiva
per il suo parlare lento e logico,
come di cose lontane, e per
aver mantenuto per oltre un’ora
la giacca. Nel vederlo e ascoltarlo,
veniva da dire: appartiene
a gente che ha per mestiere
il parlare, gente che sa
essere astratta sia nell’ordinaria
amministrazione, sia nei drammi.
Poi, invece, nell’aspettare
l’ascensore Maffucci con voce
più bassa e rauca da parer tremante
dice: dobbiamo stare attenti,
fra quegli operai ci sono
ragazzi che hanno 45 anni, cioè
se perdono questo lavoro non
ne trovano un altro. C’è chi ha
messo su famiglia con questo
lavoro. Chi, su quelle bustepaga
ha contratto mutui per la casa...
L’ascensore si chiude e se ne
scende. Sul pianerottolo resta
l’eco delle accorate parole di
un uomo per il dramma che
stanno vivendo altri uomini.
Da non credere: persona un
sindacalista? Un appartenente
a una delle tante caste che vessano
gli italiani? Uno dei tanti
tutor che si esaltano nel vedere,
e mantenere, le difficoltà altrui?
Forse la risposta a questi
aspri dubbi sta nella storia di
questo sindacalista: è stato in
fabbrica anch’egli, parlando di
chi vive del proprio lavoro, sa
di che cosa parla.
Allora, potrebbe essere perfino
facile abbattere le caste: basterebbe
imporre agli aspiranti
tutor di vivere fra e come coloro
che vorrebbero dirigere.
Michele Cristella
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