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- Il piccolo Platone
laertino.
Ieri il Corriere ha pubblicato
la lettera di Domenico Savino
sull’avanzante degrado del
suo paese, Laterza.
Quella lettera non è una delle
tante, di cittadini amareggiati
e prostrati da una rabbia impotente,
che si rivolgono ai
giornali, come i lupi solitari e
i randagi di notte ululano alla
luna dopo aver abbaiato a tutti
per tutto il giorno. Domenico
Savino è stato a lungo una
delle poche menti della politica
del centrodestra laertino.
Non ha l’allure dell’intellettuale,
ma ne ha le letture
e la voglia di divulgazione.
Eccezionale organizzatore
culturale, ha portato in paese
il presidente della Fondazione
Sturzo, per parlare di don Luigi
Sturzo, e Agnese Moro, per
parlare di suo padre in quanto
padre. Oratore lucido e appassionato,
eloquente, partigiano
quant’altri mai, com’è
quando si predica ciò in cui si
crede, redattore di due giornali
locali, uno dei quali da lui
fondato. S’era illuso, Savino,
di poter svolgere per i piccoli
Dionigi di Laterza il compito
che s’era prefisso Platone per i
Dionigi siracusani: illuminarli
per una amministrazione
giusta e operosa. Non poteva
non fare la fine del grande
filosofo: è stato venduto come
schiavo, anzi peggio: è
stato allontanato come molesto
dalla loro vista.
Nella parte più triste della sua
lettera, quella finale, si legge:
“ho interpellato "la politica"
che mi ha invitato a rivolgermi
ai funzionari e dirigenti
di settore”. Per questo genere
di venture il dialetto ha un’immagine
d’insuperata icasticità:
“veniva mandato da Erode
a Pilato”: per dire dei potenti
incapaci di trovare al Cristo
un motivo per toglierlo dai
piedi dei poteri forti del posto,
scribi e farisei, ma non del
capo del mondo, l’imperatore.
Finendo nella rinuncia della
responsabilità, Savino è finito
nello scherno.
Che cosa diceva Savino ai
suoi politici, coloro per i quali
aveva scritto infinite righe,
nelle quali descriveva la speranza
come una realtà in fieri?
Elencava il degradarsi di ciò
che essi stessi avevano fatto in
qualche anno di operosità: un
ricordo il risanamento di incroci
pericolosi all’ingresso
del paese, fontane senz’acqua,
erbacce, invece del verde,
panchine scrostate, la colonna,
una graziosa stele, su
cui svetta la Madonna, circondata
di piastrelle di maiolica
in disfacimento e sporca
l’acqua sottostante, il Palazzo
marchesale un incessante
cantiere, la fontana medievale
dimenticata e il vialone che la
congiunge al Santuario ormai
dissestato, la pineta affianco
al Santuario piena di mucchi
di schifezze, scuole elementari
da cui cadono pezzi di
intonaco.
Non si chiede Savino da dove
derivi questa incuria. Egli è
anche uno dei padri di queste
opere che stanno andando a
male, e il dolore sopraffà la
ricerca delle cause.
La causa è che si abbandona
ciò che non è più utile. Ma la
funzionalità e la bellezza di
quelle opere sono utili alla
popolazione; perché, allora,
le si abbandona? Così è dovunque,
così è perché, a Laterza
e altrove, le opere non
furono fatte per la popolazione,
ma per chi le faceva.
Un’opera pubblica, infatti,
può rendere un servizio alla
città, ma può anche essere un
grande palcoscenico, su cui
appagare la propria vanagloria
fino al giorno dell’inaugurazione.
Se lo scopo di
un’opera è il palcoscenico su
cui far sgambettare e sproloquiare
il committente, invece
di dare un’utilità al popolo,
è inevitabile che gli
smaniosi di sempre nuovi palcoscenici,
lascino alla fatiscenza
quelli su cui si sono
esibiti.
Vedere che il far politica dei
“suoi” non perseguiva il Bene
comune, per Savino, cattolico
praticante e quindi seguace di
questo concetto tomista, è stato
il crollo di un mondo. Eppure
i segni che così sarebbe
stato erano inequivocabili. I
cattolici praticanti vedono a
occhio nudo i cercatori del
Bene comune. Essi sono elencati
nelle Beatitudini: i puri di
cuore, i miti, i misericordiosi,
i cercatori di giustizia, gli
operatori di pace.
I cattolici dicono anche che
gli uomini vanno giudicati
dalle loro opere. Ma anche
dalle loro omissioni. Chi non
si cura della vivibilità della
sua gente nelle piccole cose
non se ne cura in nessuna
cosa. Laterza è uno dei paesi
più inquinati e rumorosi in
Italia, proprio nel momento in
cui è indispensabile un po’ di
silenzio e di pulizia, a sera,
senza dar fastidio ad automobilista
al lavoro, nessuno
ostacola o fa cessare un’interminabile
processione di
vanesi in macchina con smog
e clacson; e magari in casa sta
un malato, un vecchio solo,
uno che è tornato dal lavoro
ed è stanco; o, d’estate, chi
vorrebbe sedere sul marciapiede,
per un po’ di fresco e
due chiacchiere rasserenanti
con i vicini. Si potrebbe aggiungere
lo scempio che è
stato fatto dell’antica chiesa
del Purgatorio, togliendole la
sacralità e trasformandola in
dozzinale auditorium; il trattare
da inesistente il centralissimo
Monumento ai caduti;
la mancata valorizzazione
della gravina e delle sue vestigia
interne; l’essere diventato
un paese le cui case costano
un occhio della testa:
per dire solo delle cose di più
stringente attualità e di maggiore
interesse sociale.
Nella storia di Laterza i momenti
salienti sono stati quelli
dei maiolicari secenteschi,
dei briganti ottocenteschi, dei
moti bracciantili del secondo
dopoguerra e dei tombaroli
degli anni ‘70. Poi il tran tran,
più o meno chiassoso. Eppure
è stato detto, e scritto, che
mettere insieme murge e boschi,
gravina con i suoi ovili e
le sue chiese rupestri, Santuario
mariano con la sua meravigliosa
grotta con l’effigie
della Madonna, monumenti
storici, archeologia, tradizioni
contadine e culinarie, sarebbe
stato possibile avere
una meta culturale, sociale ed
economica, innescare un circolo
virtuoso. Ma per vedere
l’insieme, e volerlo realizzare,
occorrono due cose: lungimiranza
e passione per il
Bene comune, virtù assenti
non solo nei politici, ma nell’intera
intellighentsia laertina,
salvo quale voce urlante
nel deserto, alle quali oggi s’è
aggiunta quella di Savino: un
altro degli intellettuali o profeti
che da tremila anni s’affannano
invano per far introdurre
nella comunità il
senso dell’essere ciascuno per
tutti: che non l’Universo è fatto
per noi, come diceva Platone,
ma noi per l’Universo”.
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